Testimonianza di vita del dottor Fasana

TESTIMONIANZA DI VITA DEL DOTT. FORTUNATO FASANA FATTA DURANTE IL MEETING DI RIMINI DEL 1987

Venerdì, 28 agosto 1987, ore 15.00

FORTUNATO FASANA, medico, ha svolto la sua attività di missionario laico per trentacinque anni in Cina, India e Africa

Mezzo milione di visite, migliaia di interventi chirurgici, sei ospedali costruiti: una vita spesa a curare i corpi, ma con in tasca campanelli e caramelle per calmare i bambini e con l'attenzione a non offendere l'esponente di una setta religiosa col prescrivergli una alimentazione proibita. E tutto perché "ciò che facciamo, in parole ed opere, è l'evangelico che si sta scrivendo".



FORTUNATO FASANA:
Non è facile riassumere, nel tempo a disposizione, 35 anni - dal '47 all"82 - di vita e di lavoro in Cina, India, Uganda e Kenya e presentarvi una sintesi di avvenimenti, di esperienze, di incontri, di avventure, soprattutto ricordarli quando salgono dal cuore gli echi di tante sensazioni, di entusiasmi ma anche di stanchezza, di solitudine e di gioia (...).
Nella costruzione del Regno di Dio e nella gloria della Resurrezione, tutto il bene, purificato dal peccato, splenderà di luce eterna. Quanto sto per dirvi è sì l'esperienza di una persona, ma è anche emblematica di quella di molti altri che ho lasciato sulle frontiere della carità in Asia e in Africa, missionari e laici ai quali sono grato infinitamente per l'esempio e per lo stimolo ricevuti.
"Se molti uomini di poco conto - dice Giorgio Torelli, mio carissimo amico - in molti posti di poco conto, facessero cose di poco conto, la faccia della terra potrebbe cambiare"
Penso che il mondo non morirà finché questo fermento lo terrà vivo, e voi lo tenete vivo. Il segreto per cambiare il corso agli avvenimenti è uno solo: bruciare per amore degli altri e crederci nonostante tutto, o, come dice Claudel e come ripete va mia madre, "bruciare, perché qualcuno non muoia di freddo"
Sono state queste le motivazioni fondamentali di una scelta di vita che ho fatto alle soglie dell'università, quando dovetti decidere del mio avvenire. Fare il medico mi sembrò il modo più evangelico ed idoneo per poter essere un sammaritano sulle vie del mondo. Don Zeno, il fondatore di Nomadelfia col quale ho trascorso parecchi mesi, diceva: "Non si nasce giganti, si comincia da una seme".
E il seme fu per me la fede e l'esempio di mia madre. Mi bastava specchiarmi nella dolcezza del suo sguardo perchè il mio cuore si facesse innocente come quello di un bambino o leggessi nella limpida luce dei suoi occhi i comandamenti di Dio.
Ci vollero dieci anni di studi, di pratica professionale, intervallati dal servizio militare e dalla partecipazione alla resistenza, prima di poter raggiungere nel '47 la Cina a fianco dei padri Camilliani. Dieci anni di preparazione spirituale, di approfondito studio teologico quindi esegesi, morale, apologetica, approfondimento dello studio delle lingue, di costumi di quei popoli che sarei andato a incontrare. Ma anche una solida preparazione professionale, doverosa per tutti gli uomini ma ancor più per il cristiano, che doveva essere anche in questo campo di esempio. Una preparazione pluralistica, in medicina, ostetricia, pediatria, in tutte le specialità; perché sapevo che un giorno sarei stato chiamato a curare dei pazienti nelle diverse branche della medicina (...).
Dopo tre giorni di aereo mi trovai catapultato nella tragica realtà cinese, dove si confrontava la disperata caparbietà di una classe dirigente corrotta e incapace ed il messianesimo di Ciang Kai Shek e dei propugnatori di un futuro rosso. E mi trovai a fare il portatore di pace tra nazionalisti, briganti di professione, forze separatiste e quinte colonne comuniste, a fianco dei più poveri, di chi non ha voce, di chi poteva solamente soffrire da vittima e non da protagonista. Furono tre anni di "inculturazione" in quei valori della civiltà cinese che vedevo scomparire, travolti da ineluttabili eventi che gli uomini chiamano rivoluzione, rivendicazione, liberazione
Quello che più pesava in Cina erano sì il lavoro, la solitudine, il freddo, ma soprattutto era la gratuità di un servizio per chi non riusciva a capirlo, tanto era lontano dalla mentalità cinese. E se mi chiedevano perchè lo facevo e rispondevo per amore loro e del mio Dio, era ancor più incomprensibile per la loro religione. Che cosa facevo in mezzo a loro? Quali oscuri interessi avevo?
Voi sapete la storia di questo paese, con lo sfruttamento di tutte le sue risorse! Così loro pensavano che anch'io lo volessi sfruttare, questo paese di poveri diavoli che portavano pesi enormi. Voi le vedete persone che partono con i prodotti locali e vanno a venderla Trento, poi a Trento si caricano di qualcos'altro e ritornano indietro, poi ritornano a Trento e così via per tutta la vita! Così centinaia di migliaia di persone, quelli che io chiamavo i forzati della miseria. Quelli che mi riempivano di commozione tutte le volte che vedevo camminare nella neve, e la neve congela, porta la cancrena dei piedi e allora venivano a farsi curare da me.
Quello che li stupiva di più era che non soffrivano e non pagavano la mia prestazione.
Cercavo di imparare il cinese. Volevo parlare cinese per potermi intendere anche coi bambini che strillavano. Immaginate un bimbo che vede per la prima volta un diavolo bianco con la vestaglia, e non c'era verso di poterli calmare; ho passato la vita con le tasche piene di caramelle cercando di imbonirli, e di campanellini, e non sempre riuscivo a tenerli quieti e a fare una diagnosi. In tutti questi paesi dove io sono stato, le patologie sono due: tutte quelle dei paesi temperati e quelle dei paesi tropicali e le diagnosi anziché su 10 malattie dovete farle su 15 o 20. E il guaio è che più passano gli anni e più vi rendete conto di quanto è difficile fare il medico.
Mesi dopo mesi, nella solitudine di queste montagne, sono riuscito a comprarmi un cavallo facendo un sacco di economie. 
Andare su e giù per le montagne era il mio divertimento. Lo portavo a pascolare e allora pensavo al mio avvenire. Allora non avrei mai immaginato di trovarmi in una situazione come quella di oggi, gli sviluppo di quella che è stata la mia scommessa con nostro Signore; noi diciamo di si, poi bisogna lasciarsi andare.
La Liberazione, a metà del '49, fu per noi il completo isolamento, per molti dei padri il domicilio coatto. Sono stato tagliato fuori senza notizie della mia famiglia per un anno e mezzo. Poi il lungo viaggio di ritorno, tutte le opere lasciate abbandonate (nel disegno della Provvidenza esiste anche questo, di lavorare, di costruire, e poi vedere che tutto scompare, che tutto è distrutto).
Dopo un periodo passato in Italia, lavorando a Nomadelfia, il richiamo dei paesi lontani era così insistente che sono ripartito; e la mia seconda destinazione è stata l'India, il sud dell'India, evangelizzata da S. Tommaso apostolo, quello del dito, che era sbarcato là nel '53, nel I secolo dopo Cristo. L'India del Malabar, questo paese che chiamano il giardino dell'India, ma che gli stessi indiani dicono sottosviluppato, l'India della natura esotica in tutta la sua esuberanza, delle foreste, delle paludi, l'India dei santoni, ma anche l'India delle caste: le caste che hanno organizzato la società indiana in compartimenti stagni, completamente impermeabili uno all'altro.
L'India degli affamati, l'India dei sottonutriti. L'India dei parìa, degli intoccabili, e fra questi intoccabili ci sono anche gli invisibili, quelli che non si possono vedere perché altrimenti si è contaminati e allora chiedono l'elemosina nascondendosi dietro i cespugli della strada. L'India di questa gente che non ha nessun riconoscimento, peggio degli schiavi dell'epoca dei romani, della nostra storia passata. Ed è per loro che mi sono dato da fare, non solo come medico, curandoli con loro grande meraviglia di vedersi toccati da un bianco, dopo essere stati rifiutati un po' da tutti.
L'India, come dicevo, è il paese dei sottonutriti e degli affamati, e allora il mio compito non era solo di curarli, non era solo di fare della medicina preventiva, ma era anche di nutrirli, e trovandomi in una densità di popolazione di quel genere che cosa facevo? Approfittavo di tutte le feste ed essendo cristiani, mussulmani, induisti, buddisti, evidentemente le feste erano molte. E allora una cosa era molto semplice; io durante le settimane precedenti il giorno fissato distribuivo tanti cartellini, si faceva il conto, 800-1000 persone, noleggiavo 4 o 5 cuochi con enormi calderoni, preparavano un gran riso, una quantità enorme di riso, con curry sopra, e il problema delle stoviglie era facilissimo, perché i piatti là sono sostituiti da foglie di banana. E così c'era la possibilità di nutrirli; non solo, ma con l'aiuto della Conferenza Episcopale americana, per tutti i quattordici anni che ho passato laggiù, ho avuto una dotazione di latte sufficiente per dare il latte a 700 bambini, tutti i giorni, per quattordici anni.
Poi sono riuscito - ed era epoca preconciliare vi premetto, quindi non è stato facile il lavoro di persuasione, ma essendo in Oriente avevo imparato anch'io la tecnica della persuasione di tipo orientale - a persuadere le suore con un paio di infermiere, così la rispettabilità era assicurata, ad andare in giro per i villaggi nel giro di almeno 10-15 chilometri sotto questo manto di palmizi, per rendersi conto casa per casa delle condizioni in cui vivevano queste persone, quelle che avevano più bisogno di aiuto. Perché i problemi in mezzo a un mondo di affamati è purtroppo dolorosamente quello di scegliere tra quello che ha più fame e meno fame, e ci siamo riusciti in un certo qual modo. Era una lista di 1500 persone che noi cercavamo di aiutare in tutti i modi e che sapevamo essere quelli che più ne avevano bisogno. Voi mi direte dove ho trovato i soldi per fare questo: bè, insomma, se io non ho imparato niente in trentacinque anni, ho imparato che cos'è la Provvidenza. Perché quando sono arrivato in Cina eravamo così conciati male che una volta siamo andati a vedere un tubetto di dentifricio, spazzolino da denti e pettini, perché non avevamo più soldi per comperare lo zucchero e la farina.
Quindi ho cominciato con i debiti e sono andato avanti sempre a forza di debiti, ma la Provvidenza non tradisce; veniva anche il momento di venire in Italia, ed essendo fotografo appassionato (ho ancora una collezione straordinaria di fotografie di tutti i tipi) mostravo tutta una serie di 100-200 diapositive e alla fine dicevo: l'ospedale è questo, le mie necessità sono queste. Così raccoglievo i miei fondi e passavo i mesi, e quando mi ero imbottito abbastanza le tasche andavo giù, spendevo tutto quello che avevo e dopo due anni ritornavo. In questa maniera, con l'aiuto della Provvidenza, ho costruito sei ospedali e non ho lasciati dei debiti. Ma non si trattava solo di curare quelle malattie che adesso non sto ad elencarvi; questa gente era vegetariana, non vi dico i problemi che ho incontrato nel dovere curare dei vegetariani, che non mangiavano neanche le uova, e quindi dover sapere tutte le caste, se quello mangiava il pesce o no, se mangiava le uova fertilizzate o no.
C'erano malati che mi arrivavano con mascherine sulla faccia, i giainisti, perché per caso un moscerino può andare in bocca e loro hanno il massimo rispetto di tutte le forme di vita, tanto che stavano bene attenti a dove mettevano i piedi e avevano in mano una specie di scopìno, per cercare di pulire il terreno e non calpestare qualche insetto. Cercavo di non prendere topiche tremende perché si sarebbero scandalizzati.
Non era solo questione di curare queste malattie, ma c'è una piaga nel sud del l'India, la filaria, che provoca l'elefantiasi.
Questo problema doveva essere affrontato perché lì non c'era nessuno che operasse con le tecniche moderne e la Provvidenza mi ha aiutato.
C'è stato qualcuno che mi ha detto: "Senti, questi sono i fondi per ritornare in Europa, fatti sei mesi di vacanza sabbatica"; e allora ho girato prima di tutto l'Italia, poi sono stato in Inghilterra, poi in Francia, e sono andato a parlare con tutti gli specialisti della cura dell'elefantiasi.
Oggi questo lavoro è continuato in India, e ho avuto la soddisfazione, quando ero in Africa, di avere dei pazienti indiani che sono partiti dall'India e sono venuti a raggiungermi nel Kenia con il loro gambone per cercare di avere un sollievo.
Non ero sposato, ma voi capite che per la vita che facevo, il posto dove ero, e poi per quello che si legge nei giornali, l'India, le tigri, i cobra, il caldo, evidentemente una proposta matrimoniale a una fanciulla non era appoggiata nel vero senso della parola, era più che altro un intimorire. E così ad un certo momento non sapevo che pesci prendere e tra me dicevo: "Si vede che il Signore vuole che io vada avanti cosi". Quando un giorno, ventisei anni fa, ho incontrato qualcuno che aveva fatto un anno di volontariato in Ruanda e che durante una riunione di un gruppo missionario ha parlato della sua esperienza; allora ho sentito dentro il mio cuore qualcosa che mi diceva: è lei. E così sono stati venticinque anni di felicità, li abbiamo celebrati l'anno scorso.
E' bello andare in casa e trovare qualcuno che vi ricarica, con la sua disponibilità con la sua generosità, che vi aiuta, che vi sostiene, e per dirla con Tagore: "Non è una pastoia nella vostra vita, ma l'ala per volare più alto e più lontano". E il Signore è stato buono, mi ha dato una primogenita, Ilaria, che è nata in India (...). 
Poi il caldo, la fatica, il lavoro, la sala operatoria hanno finito per avere ragione su un organismo piuttosto robusto, lo confesso, e allora ad un certo momento sono dovuto tornare in Italia e fare anch'io il paziente. I medici, con loro grande sorpresa, sono riusciti a guarirmi così bene che ho potuto ripartire poco dopo per l'Uganda, e li ho organizzato servizi chirurgici (...).
Poi sono venuti a dirmi che a Nyeri c'era un ospedale con 170 letti senza medico. E allora bisogna andare a Nyeri, nel nord del Kenia, un paese bellissimo, ma anche freddo, un paese dalla patologia tutta particolare. Qui ho dovuto - per fortuna l'ospedale era già costruito - ampliare questo ospedale, costruire il reparto di isolamento dei bambini e soprattutto organizzare e fare entrare nella mentalità dei padri la necessità di un coordinamento, fatto da un esperto, di tutta l'attività medica della diocesi, per cercare di valorizzare o creare strutture dove non c'erano e gli ambulatori necessari per poter arrivare dappertutto.
Allora facciamo un bilancio: ero a Nyeri e con mia moglie si diceva che questi tre figli che crescevano sarebbero rimasti degli analfabeti se non gli si dava una certa educazione.
Avremmo dovuto mandarli a Nairobi, 150 chilometri lontano, quando - ecco che la Provvidenza entra sempre nella vita dell'uomo - a Padova il C.U.A.M., con l'aiuto del rettore dell'università e del vescovo Bordignon, decide di fare un gemellaggio tra l'università di Padova e l'università di Nairobi.
Però evidentemente c'era bisogno di qualcuno che sapesse l'inglese, che avesse esperienza medico-chirurgica di questi paesi, e così si è aperta una nuova possibilità di rimanere più a lungo in Africa, di vivere in un centro dove avrei assicurato negli anni futuri l'educazione dei miei figli, anche se questo comportava, e avevo cinquant'anni, un totale cambiamento della mia esistenza: da direttore di ospedale, medico-chirurgo, capo di tutta la baracca, a studente e poi assistente. Voi sapete che la burocrazia entra anche in questo: io non potevo entrare all'Università di Nairobi se non ero di ruolo in una università italiana, e allora sono ritornato a Padova dove ho fatto lo studente per sei mesi, ho imparato la microscopia elettronica, ho fatto un concorso e sono diventato assistente dell'università di Padova, delegato all'università di Nairobi. Ed è cominciato un periodo, durato sedici anni, interessantissimo, perché se c'è una cosa affascinante, commovente, stimolante, è insegnare agli africani. Io leggevo allora quello che stava succedendo qui nel '68 e vedevo quello che erano i miei studenti, l'impegno che profondevano. Noi qui viviamo nel paese del benessere, la maggioranza dei genitori dei miei studenti erano tutti analfabeti, là si trattava di uno che emerge, che avrebbe avuto a carico tutto il resto della famiglia. Quindi non era un avvenire che si apriva a una singola persona, era un avvenire che si apriva a tutto il suo clan, a tutta la sua tribù; quindi desiderosi di imparare, frequenza obbligatoria, ma non ce n'era bisogno, venivano tutti, e questo era stimolante per noi, impiegati a tempo pieno, sempre a disposizione degli studenti (...).
Se devo fare un bilancio di questa lunga esperienza, posso con tutta sincerità dirvi che ho ricevuto assai di più di quello che ho dato, sia da un punto di vista professionale, sia da un punto di vista umano; una cultura aperta ai valori delle altre civiltà, delle altre religioni, di altri popoli, e una più profonda certezza dei valori dello spirito. Soprattutto ho toccato con mano che il Signore ci restituisce il centuplo di quello che noi diamo.
Nei piani dell'economia divina nulla va perduto: quello che conta è saper mettere nel solco quei pezzetti di croce che la lama del dovere quotidiano stacca ogni giorno.